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Microfinanza e bancarizzazione dei migranti PDF Stampa E-mail
Sabato 14 Febbraio 2009 19:25

Microfinanza e bancarizzazione dei migranti

di Maria Cristina Iozzino - Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

La Microfinanza è entrata a far parte dei piani strategici del 78% delle banche italiane grazie all’aumento dell’impegno sul versante della corporate social responsability. Le banche che offrono servizi di Microfinanza rappresentano il 70% del totale attivo e circa il 73% degli sportelli.
La Microfinanza in Italia è sviluppata soprattutto nelle zone del Nord-Ovest, dove sono diffusi il 52,3% dei prodotti e servizi e il 38% degli impieghi. Tutto ciò a riprova che la ricetta Microfinanza può funzionare bene non solo nei PVS.
Segnali importanti in questa direzione provengono dalla ricerca ABI CeSPI “Banche e nuovi italiani: domanda e offerta di servizi finanziari e assicurativi” di cui si è parlato al quarto Forum sulla responsabilità sociale il 27 e 28 gennaio a Roma. Le banche, infatti, si confrontano sempre più con le aspettative e i bisogni finanziari degli immigrati, che rappresentano, ormai, un segmento del mercato non più trascurabile.
La ricerca mostra un forte aumento della bancarizzazione dei migranti e indica possibili strategie da seguire per poter continuare a facilitarne l’inclusione finanziaria. Il numero di correntisti immigrati è aumentato dal 2005 al 2007 di 352.000 unità arrivando a quota 1.410.000, che rappresenta circa il 67% della popolazione immigrata (non OCSE). (Fonte: ABI-CeSPI BANCHE E NUOVI ITALIANI. I comportamenti finanziari degli immigrati, a cura di José Luis Rhi-Sausi e Marco Zupi, Bancaria editrice, 2009).
Il lavoro risulta essere la principale fonte di inclusione finanziaria, la quale è molto correlata anche agli anni di permanenza in Italia. I bisogni di questa clientela si riferiscono perlopiù ai servizi finanziari basilari come la raccolta del risparmio. La propensione al risparmio degli immigranti, infatti, risulta essere molto alta. Questo aspetto è legato al contesto di origine e quindi, conseguentemente, al fenomeno delle rimesse. I flussi di rimesse dei lavoratori emigrati all’estero diretti ai paesi di origine sono considerati in modo prioritario nell’agenda internazionale grazie alle enormi potenzialità in termini di sviluppo locale dei PVS e di lotta alla povertà. I flussi di rimesse che di solito sono diretti al sostentamento delle famiglie di origine degli emigrati e quindi perlopiù al consumo, possono essere indirizzati verso investimenti produttivi come servizi assicurativi, finanziamenti d’impresa per le famiglie riceventi.                                                    
La bancarizzazione dei migranti costituisce, perciò, un passo fondamentale in questa direzione.

 
ImmigratImprenditori PDF Stampa E-mail
Sabato 14 Febbraio 2009 19:19

Presentazione del rapporto

ImmigratImprenditori

Analisi del fenomeno. Dinamiche, storie e prospettive

Roma, 24 febbraio 2009 - Ore 10.30

Sala della Clemenza - Piazza del Gesù, 49

ImmigratImprenditori è il primo rapporto organico sugli imprenditori immigrati in italia. E' stato realizzato dalla Fondazione Ethnoland ed è stato pubblicato a gennaio 2009 da Edizioni Idos. 

Per informazioni:

Fondazione Ethnoland

Tel. 02.97382866 - 347.9436892

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Umbria: migranti, imprenditori e banche (2^ parte) PDF Stampa E-mail
Mercoledì 11 Febbraio 2009 22:22

Umbria: migranti, imprenditori e banche (parte seconda)

di Adriana Coletta - Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Partecipazione dei cittadini immigrati alla crescita economica dell’Umbria

Secondo i registri di Unioncamere le imprese presenti in Umbria alla fine del 2007 erano pari a 82.764, tra queste, il 48%, operante nel settore agricolo e nel commercio.
Il mercato del lavoro evidenzia, in Umbria, due caratteristiche peculiari:
- un tasso di disoccupazione complessivo pari al 4,6%, inferiore di un punto e mezzo rispetto alla media nazionale (6,1%);
- un’alta qualificazione degli occupati: l’Umbria è al quinto posto fra le regioni italiane per tasso di occupazione di laureati.
In questo contesto un ruolo importante è svolto dai lavoratori stranieri che, nel corso del 2007, hanno beneficiato di 19.219 assunzioni, aumentando così l’incidenza delle assunzioni di immigrati sul totale regionale che è passata dal 21,5% del 2006 al 25% del 2007.
Statistiche elaborate dai Centri per l’impiego rivelano che un’assunzione su quattro riguarda la manodopera migrante, di conseguenza il tasso di occupazione dei maschi stranieri è più elevato rispetto agli italiani.
La nazionalità degli stranieri che hanno trovato lavoro vede al primo posto la Romania con una quota pari al 37%, seguiti da albanesi (12%) e marocchini (9,8%).
Il settore di impiego più importante è quello del lavoro presso le famiglie, con una quota pari al 15,4%; a seguire i settori ricettivo e della ristorazione 13,7%.
Alla fine del 2007, in Umbria, vi erano 3.154 imprese individuali con titolare straniero su un totale regionale di 54.205 imprese, rappresentando una quota percentuale pari al 5,8%.
I settori di attività economica sono stati prevalentemente due le costruzioni (20,7%) e il commercio (53,2%) seguiti a distanza dal settore agricolo (10,4%).
La provenienza degli imprenditori migranti vede al primo posto i marocchini che operano nel campo del commercio (160 imprese). A seguire gli imprenditori rumeni con 69 imprese impiegate prevalentemente nel settore delle costruzioni e terzi i cinesi con 35 imprese dediti al commercio.
Il ritmo incalzante di crescita delle imprese gestite da immigrati degli ultimi tre anni (297 nel 2006; 331 nel 2007; 479 nel 2008) evidenzia un buon dinamismo all’interno della regione che, tuttavia, può e deve essere maggiormente incentivati. AC
(La prima parte dell’articolo è stata pubblicata il 3 gennaio 2009)

 
Ecuadoriani i migranti più bancarizzati PDF Stampa E-mail
Domenica 08 Febbraio 2009 20:04
Quasi il 70% dei migranti regolarmente presenti in  Italia è bancarizzato. Questo è quanto emerge da una ricerca ABI-CeSPI, (Analisi dei bisogni finanziari e assicurativi degli immigrati in Italia) della quale sono stati presentati recentemente i primi risultati.
La ricerca è stata condotta su un campione rappresentativo di 1.500 migranti residenti nella penisola e, tra l’altro, ha evidenziato che negli ultimi due anni l’incremento dei migranti bancarizzati è stato di circa il 10%: si è infatti passati dal 57,3% di due anni fa al 67,9% di adesso.
Il “passaparola” si consolida al primo posto per quanto riguarda la graduatoria dei metodi per cui il migrante varca la soglia della banca, lo sostiene il 58% degli intervistati.
Il servizio più richiesto agli istituti di credito è il deposito dei risparmi, a cui è strettamente collegato il servizio delle rimesse di denaro verso i Paesi di origine.
Dalla ricerca emerge che l’84% dei migranti bancarizzati utilizzano i prodotti base offerti dalle banche (conto corrente; assegni; carte di debito e di credito); soltanto il restante 16% si avvale di prodotti e servizi più sofisticati tendenti ad investire e valorizzare i risparmi. In entrambi i casi, comunque, si evidenzia come la propensione al risparmio propria dei migranti è assai maggiore di quella degli italiani e la diversificazione dell’impiego dei risparmi è legata al progetto migratorio che si intende perseguire.
La comunità più dinamica nel rapporto con le banche è quella proveniente dall’Ecuador: oltre il 73% degli ecuadoriani intervistati possiede un conto corrente e tra questi, il 13%, utilizzano un conto on line.
A seguire, i migranti che hanno un rapporto con banche sono gli albanesi (67,4% degli intervistati); gli egiziani (62,8%); senegalesi ( 59,3%); ghanesi (57,7%) e marocchini (55,7%).
Singolare è la situazione dei migranti filippini, che hanno un alto tasso di bancarizzazione nel proprio Paese di origine (70%), mentre in Italia il rapporto con le banche non è così spiccato (49%).
La stima sul totale dei clienti migranti delle banche italiane porta ad una cifra molto importante: oltre 1.410.000 “nuovi italiani” hanno rapporti con istituti di credito. MM
 
Civil Society Index, un concetto complesso ma fondamentale PDF Stampa E-mail
Martedì 03 Febbraio 2009 21:53

Civil Society Index, un concetto complesso ma fondamentale

di Carmine Tabarro -  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Il concetto di “società civile”, come vedremo,  è estremamente complesso.

Anche il tentativo, di determinare i tratti comuni può comportare dei risultati controversi, a seconda delle diverse sensibilità culturali.

Un tentativo per superare questi problemi è stato condotta a partire dal 1997, quando una organizzazione non governativa internazionale, Civicus -World Alliance for Citizen Participation ha dato vita il New Civic Atlas, che raccoglie il profilo di società civile di 60 Paesi nel mondo. Nel 1998, i ricercatori valutano opportuno creare uno strumento di indagine che sappia leggere in maniera sinottica tra contesti socio-culturali differenti. Grazie al finanziamento del Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), dell’organizzazione olandese per la cooperazione allo sviluppo internazionale (NOVIB) e la Commonwealth Foundation , Civicus inizia a prendere corpo il Civil Society Index.

L’obiettivo del Civil Society Index non è quello di creare una classifica di Paesi in relazione allo “stato di salute” della società civile locale, ma di realizzare uno strumento che consentisse a politici, amministratori,  ong ecc., di far crescere il capitale civile e con esso la società civile, Civicus sceglie di mantenere attivi, molteplici indicatori in grado di cogliere i dati e la complessità della società civile, di coglierne luci ed ombre e di dare spazio alle peculiarità di ogni Paese.

La prima elaborazione viene presentata nel 1999 e l’anno successivo inizia una sperimentazione in 13 Paesi (AAVV, Assessing and strengthening civil society worldwide. A Project Description of the CIVICUS Civil Society Index: A Participatory Needs Assessment & Action-Planning Tool for Civil Society, CIVICUS Civil Society Index Paper Series Vol. 2 - Issue 1, 2004).

 

Dopo questa prima fase pilota, le valutazioni relative al Civil Society Index ed alla metodologia che Civicus sono state ritenute essenzialmente positive per i seguenti motivi (AAVV, Main findings & recommendations of evaluation of the pilot phase of the civicus index on civil society project, 2001 – cfr. www.civicus.org):

1. il CSI ha grosse potenzialità nel far crescere il capitale civile finalizzato al rafforzamento della società civile;

2. il CSI, in quanto strumento partecipativo, innesca un processo di mobilitazione degli stakeholders della società civile.

Importanti anche gli aspetti critici evidenziati in fase di valutazione della prima sperimentazione:

1. il CSI è uno strumento creativo ed innovativo, ma deve saper semplificare l’estrema complessità del fenomeno che si deve studiare;

2. per quanto riguarda lo strumento, introdotto e diffuso come Indice, sarebbe più opportuno parlare di processo di valutazione, in modo da evidenziarne il carattere dinamico e multidimensionale;

3. il CSI, come metodologia, dovrebbe assumere una connotazione sempre più “diagnostica”, liberandosi da giudizi aprioristici sul carattere positivo della società civile.

Sulla base di tali considerazioni il CSI viene modificato ed una seconda sperimentazione inizia nel 2003 in 65 Paesi. Il Csi nasce dalla convinzione che la conoscenza sia potere, che l’accesso all’informazione rappresenti una risorsa umana e sociale di cruciale importanza. Se tale considerazione ha valenza generale, nel caso della società civile la conoscenza è fondamentale al fine di impostare un’azione sociale che sia realmente efficace, coerente con le sfide poste dalla società attuale e in grado di produrre cambiamenti nelle politiche pubbliche.

L’indice di società civile mette in relazione la teoria con iniziative pratiche, in un progetto di ricerca-azione promosso da e per le organizzazioni della società civile, finalizzato a promuovere il dialogo tra queste e gli stakeholders, ad individuare i punti di forza e di debolezza della società civile, a definire un’agenda delle attività.

 

 
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