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ROMA: QUANDO L'IMMIGRAZIONE PRODUCE |
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Domenica 01 Febbraio 2009 17:00 |
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ROMA: QUANDO L’IMMIGRAZIONE PRODUCE Museo di Roma in Trastevere 29 gennaio – 1 marzo 2009 Storie umane e professionali di 8 immigrati. Una mostra fotografica per raccontare l’esperienza di un’immigrazione forte ed orgogliosa che contribuisce allo sviluppo di Roma e dell’Italia Più di 100 scatti a colori, tra reportage e ritrattistica, un lavoro capace di raccontare un pezzo di vita e di cronaca, narrandola con poesia e sguardo capace di “entrare” nella vita quotidiana e, di richiamare sentimenti e storie. La mostra “Roma: quando l’immigrazione produce”, ospitata dal Museo di Roma in Trastevere, è promossa dal Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione, Sovraintendenza ai Beni Culturali e organizzata dall’Associazione Makenoise in collaborazione con Gruppo Mercurio e Confcommercio Roma, con il patrocinio ed il sostegno della Provincia di Roma. Un evento che è l’espressione dei lavori realizzati nel contesto di Laboratori di giornalismo e fotografia promossi da Makenoise, nel corso dei quali 16 fotografi e 9 giornalisti, seguiti da due tutor, hanno realizzato veri e propri foto-reportages presso 8 comunità straniere a Roma, per raccontare la storia umana e professionale di 8 immigrati. Un excursus che ha coinvolto i 4 continenti, ciascuno con 2 rappresentanti: Ucraina e Romania per l’Europa, Cina e Filippine per l’Asia, Ecuador e Perù per l’America, Algeria ed Eritrea per l’Africa: la storia di 8 vite che hanno costruito un proprio originale percorso professionale ed imprenditoriale, dimostrando come sia possibile raggiungere una vera e piena integrazione. Ed ecco che l’immigrazione assume i volti della cinese Sonia, dell’equadoreña Pilar, della rumena Marcela o dell’eritreo Weldu. Volti ed occhi che raccontano se stessi, la loro storia ma anche il loro futuro. “ Sono storie di impegno e di lavoro duro – afferma la Presidente di Makenoise e coordinatrice del progetto Veronica Marica - ma anche storie di persone, di passioni che narrano di popoli e comunità che contribuiscono alla crescita ed allo sviluppo sociale ed economico di Roma. Una immigrazione fatta di gente forte e piena di orgoglio, che non fa rumore, che non finisce sui media e che lavora fianco a fianco con gli Italiani”. La mostra sarà affiancata da eventi collaterali, incontri, iniziative tese ad una migliore e maggiore conoscenza delle culture “altre” coinvolte nel progetto nell’ottica di promuovere la reciproca conoscenza ed una reale integrazione. Scarica locandina. |
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ABI: immigrati, 8 su 10 inviano denaro a casa |
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Sabato 31 Gennaio 2009 21:44 |
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ABI: immigrati, 8 su 10 inviano denaro a casa COMUNICATO STAMPA ABI Dall’Italia 10,9 miliardi di euro di rimesse tra il 2004 e il 2006. Da ogni migrante adulto al Paese d’origine 1.900 euro l’anno, circa 160 euro al mese. Utilizzo finale: spese per il consumo, sanitarie, educazione, abitazione e progetto imprenditoriale. È un flusso di ricchezza che parte ogni mese verso i Paesi d’origine. Un flusso di tutto rispetto, visto che nel triennio 2004-2006 sono stati inviati dall’Italia 10,9 miliardi di euro, secondo i dati dell’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC). Il 78% dei migranti invia denaro dall’Italia. La maggioranza almeno una volta al mese spedisce tra i 101 e i 200 euro. Sono alcuni dei dati dalla ricerca ABI–Cespi “Banche e nuovi italiani: i comportamenti finanziari degli immigrati”.
Inviano denaro sia uomini che donne. Emerge una maggiore frequenza delle spedizioni di minore entità da parte della componente femminile. In altri termini, le donne inviano più spesso somme più piccole. Visto che la propensione ad inviare rimesse è simile, questa differenza viene spiegata con diversità nel tipo di lavoro e nel livello di reddito fra uomini e donne. I migranti inviano rimesse soprattutto per sostenere nel Paese di origine spese per il consumo (circa 26%), spese sanitarie (17%), educazione (circa 15%), abitazione (14%), un progetto imprenditoriale (8%). Come nell’uso dei servizi bancari anche per le rimesse è possibile costruire una mappa degli obiettivi finali per le diverse nazionalità. Così la comunità cinese privilegia le spese per il consumo (quasi 47%) e un progetto imprenditoriale (13%). I filippini e ghanesi destinano una percentuale significativa (più del 18%) delle risorse trasferite per sostenere l’educazione. Per gli egiziani e i senegalesi le spese sanitarie impegnano intorno al 20%. Per la comunità ghanese e rumena l’abitazione ha un peso importante (intorno al 16%). Roma, Palazzo Altieri 28 gennaio 2009 |
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L'approccio del co-sviluppo nella cooperazione internazionale |
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Martedì 27 Gennaio 2009 08:52 |
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L’approccio del co-sviluppo nella cooperazione internazionale: dal programma “3x1” in Messico all’iniziativa “Fondazioni4Africa” in Italia. di Elisa Bottoni -
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Dal Messico al Senegal, dagli Stati Uniti all’Italia: il modello di cooperazione internazionale “3x1” che si ispira all’approccio del co-sviluppo, si è dimostrato replicabile in vari contesti, seppur con forme diverse. Nato negli anni ’90 sulle radici della diaspora messicana negli Stati Uniti, il progetto “3x1” presenta due elementi innovatori ed originali nelle politiche di cooperazione per lo sviluppo: il coinvolgimento dei migranti nella promozione dello sviluppo del paese di origine ed il meccanismo moltiplicatore di risorse basato sulla costituzione di un Fondo di solidarietà. L’idea progettuale viene lanciata da alcune “Hometown associations” (HTA) messicane negli USA, una sorta di associazioni filantropiche costituite prevalentemente da migranti provenienti dalla stessa comunità rurale del Messico con l’obiettivo di mobilitare risorse umane e finanziarie da convogliare verso progetti per lo sviluppo sociale, economico ed infrastrutturale della comunità di origine. La raccolta dei fondi da parte delle HTA avviene attraverso l’organizzazione di feste, riffe, eventi e donazioni private negli Stati Uniti mentre il loro utilizzo viene gestito da associazioni residenti nel paese di origine in stretta relazione con le HTA americane. La destinazione dei fondi può spaziare dal finanziamento di infrastrutture ed opere pubbliche come la costruzione di strade, ospedali, chiese e parchi fino alla promozione di iniziative sociali quali programmi di educazione, scolarizzazione, cure mediche ecc. Ma la vera novità del programma risiede nel meccanismo di raccolta dei fondi da cui il “3x1” prende il nome. Lo schema è molto semplice: viene istituito un Fondo di Solidarietà alimentato con fondi pubblici e privati. Per ogni dollaro raccolto dalle HTA, un dollaro viene donato dallo Stato Messicano, uno dal Governo Federale ed uno dal Comune di destinazione, vale a dire che un dollaro risparmiato dalle comunità di migranti origina altri 3 dollari messi a disposizione dalle istituzioni messicane. Chi decide poi su come e dove investire le risorse raccolte è un Comitato composto da tutti i quattro promotori, aventi lo stesso diritto di voto. Il coinvolgimento delle comunità messicane residenti negli Stati Uniti è cresciuto in maniera esponenziale. Dalle 20 impegnate nel 2002, il numero delle HTA ha raggiunto quasi le 800 unità nel 2006. Allo stesso modo sono aumentati i fondi raccolti dalle HTA e quelli messi a disposizione dagli organi governativi: le risorse investite complessivamente nel 2006 hanno raggiunto gli 88 milioni di dollari contro i 38 milioni del 2002. I fondi sono andati a finanziare ben 1.226 progetti in 26 Stati Messicani. Oltre alla mera realizzazione dei progetti in Messico a beneficio dello sviluppo delle comunità di origine, il programma “3x1” ha raggiunto risultati importanti anche sul fronte delle comunità migrate all’estero. Innanzitutto si è assistito ad un processo di auto-organizzazione delle comunità messicane migrate negli Stati Uniti le quali da un atteggiamento passivo nei confronti della comunità nordamericana sono passati ad un atteggiamento propositivo e partecipativo. In secondo luogo, i migranti messicani hanno ottenuto un ampio potere negoziativo nei confronti delle istituzioni pubbliche messicane e sono riusciti – grazie alla co-partecipazione nei processi decisionali inerenti la destinazione dei fondi raccolti - ad avere un peso di influenza nella scelta delle politiche di sviluppo nel loro paese. In altre parole, l’esempio messicano ha dato un grande contributo per ridisegnare gli schemi di intervento della cooperazione internazionale inserendo il criterio del co-sviluppo - riferito alle comunità migranti - a complemento del già utilizzato approccio partecipativo riferito, invece, alle comunità locali. Il successo ottenuto dal “3x1” è stato tale da farlo ampliare nel 2005 ad un “4+1” con la partecipazione di un nuovo soggetto, questa volta privato. La società Western Union, leader nel settore del MoneyTtransfer a livello mondiale, è entrata in qualità di partner nel fondo di solidarietà erogando 1,25 milioni di dollari a favore di iniziative per lo sviluppo comunitario in 5 Stati del Messico. Grazie alla buona riuscita del modello applicato nelle comunità messicane, lo schema del “3x1” nel 2007 è approdato in Italia ma sotto una forma diversa. Questa volta le comunità di migranti residenti in Italia hanno cercato alleanze tra associazioni ed enti privati italiani piuttosto che presso le istituzioni dei paesi di origine. Il primo esempio di “3x1” in Italia ci viene proposto dal Fondo Italo-Andino di Solidarietà sostenuto dall’Associazione Juntos por los Andes, Obiettivo Lavoro, CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale), SID (Society for International Development), l’Agenzia di Servizi Turistici di Roma, il Resort colombiano Las Americas e le Banche di Credito Cooperativo italiane. Il programma segue a grandi linee il concetto del moltiplicatore di base del “3x1” messicano dal quale, però, si discosta per quattro importanti aspetti: 1. Coinvolge quattro comunità andine (Perù, Ecuador, Colombia e Bolivia) anziché una sola come nel caso del Messico. Juntos por los Andes è, infatti, una rete di 22 associazioni di comunità latinoamericane in Italia ed i progetti finanziati con il Fondo Italo-Andino sono destinati ai quattro paesi andini sopra menzionati; 2. Non crea una relazione bi-laterale tra una comunità rurale andina ed i migranti della stessa comunità in Italia, in quanto le Associazioni in rete raccolgono persone provenienti da più comunità andine e residenti in diverse città italiane; 3. I governi dei paesi di origine non sono coinvolti attivamente se non solo a livello di “patrocinio”, cosa che non consente ai migranti di partecipare in un processo di co-sviluppo, alle politiche del proprio paese, come invece è stato possibile nel caso del Messico. 4. Tenendo in considerazione il coinvolgimento di diversi soggetti italiani anche privati, è un modello progettuale che si avvicina più agli schemi della cooperazione internazionale per lo sviluppo promossa da “privati” (donazioni private nei confronti di progetti) ma con un elemento di novità rispetto agli schemi tradizionali: la partecipazione diretta delle comunità andine nel processo di sviluppo dei loro paesi. Il fatto che siano le stesse associazioni unite in Juntos por los Andes a selezionare e gestire i progetti in Sud America aggiunge al progetto il fattore “partecipazione” ed “auto-organizzazione” delle comunità migranti. E’ facile immaginare che uno schema simile comporti un grado di complessità nettamente superiore a quello del modello messicano-americano. Ci sono voluti, infatti, molti sforzi a livello di sensibilizzazione ed organizzazione, prima che il Fondo potesse raggiungere una somma sufficiente a finanziare i progetti selezionati e, quindi, partire. In Italia, infatti, ancora mancano alcuni dei pre-requisiti fondamentali su cui ha poggiato il programma “3x1” messicano, ovvero una solida infrastruttura organizzativa delle HTA di migranti in Italia ed un forte legame bi-nazionale tra le comunità straniere in Italia e le istituzioni governative nei loro paesi di origine. Mentre sul primo requisito ci si possono aspettare miglioramenti nel momento in cui si rafforzeranno le radici delle migrazioni in Italia (ancora troppo giovani rispetto a quelle messicane in Nord America), sul lato dei rapporti bi-nazionali sarà molto difficile poter ottenere il vantaggio relazionare di cui gode il Messico nei confronti degli Stati Uniti, vuoi per ragioni di vicinanza geografica vuoi per gli stretti legami economici che intercorrono tra le due frontiere. Ciò nonostante, il Fondo Italo-Andino ha segnato un primo importante passo in Italia verso un nuovo approccio alla cooperazione internazionale: quello, cioè, del co-sviluppo. Per promuovere una forma di cooperazione basata sul co-sviluppo e sull’esempio del Fondo Italo-Andino di Solidarietà, a maggio del 2008 è nata in Italia la nuova iniziativa “Fondazioni4Africa” che vede quattro Fondazioni Bancarie (Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione Cariparma e Fondazione MPS) per la prima volta unite per fare da collettore di risorse finanziarie (10.5 milioni di euro sono i fondi raccolti), da destinare ad iniziative in Senegal e nel Nord dell’Uganda. Sul fronte del Senegal, infatti, il progetto si muove lungo la linea della co-partecipazione dei migranti nei processi di sviluppo e mira a valorizzare il ruolo degli stessi, per tramite delle loro associazioni, nella realizzazione dei progetti finalizzati a migliorare le condizioni di vita nei villaggi del Senegal attraverso la promozione dello sviluppo locale. All’iniziativa, oltre alle fondazioni bancarie, partecipano in particolare due associazioni di senegalesi in Italia con sede a Mantova e Torino, il CeSPI, il Consorzio CTM Altromercato ed alcune ONG italiane che seguiranno la realizzazione delle attività sul campo. Rispetto al Fondo Italo-Andino, questo progetto gode sicuramente di un vantaggio iniziale: focalizzandosi su una sola comunità di migranti l’iniziativa vanta di una maggior facilità di coordinamento in Italia ed una più ampia possibilità di contatto e coinvolgimento delle istituzioni governative senegalesi. Al contrario, tenuto conto dell’elevato numero di attori che partecipano all’iniziativa, il progetto deve fare attenzione a non incorrere nel rischio di dispersione di energie e risorse. (E.B.) |
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Another World is Possible! |
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Sabato 24 Gennaio 2009 12:05 |
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Another World is Possible! di Raffaele Petricciuolo
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Dopo tante battaglie, eccoci nuovamente riuniti. Di acqua sotto ai ponti ne è passata tanta, ma quello per cui stiamo lottando da anni ancora non si è avverato. La comunità scientifica, il mondo accademico, il mondo cooperativistico, semplici studenti e semplici cittadini di tutto il mondo ormai da anni stanno alzando la voce per far si che il sogno si avveri… quel sogno che si chiama cancellazione del debito. Ormai un decennio è passato da quella battaglia chiamata la Campagna del Giubileo. In tanti avevamo creduto di poter ottenere qualcosa ed invece i nostri sforzi hanno portato a poco e niente. Ricordo l’anno del Giubileo, ero un giovane diciottenne, ancora uno studente liceale senza aver chiare le idee per il futuro… l’unica certezza che avevo era una: cercare di cambiare questo mondo. Insomma in quegli anni avevo fatto mio il motto Another World is possible! E come me molte persone. Una volta iscritto all’università, ho intrapreso un percorso accademico legato all’economia dello sviluppo, culminato nel febbraio del 2008 con la discussione della mia tesi. Il titolo di questa è stato: Gli impatti macroeconomici legati alla problematica del debito nei PVS. Proprio da questo mio lavoro vorrei partire. Ho trovato spunto per queste poche righe riguardanti il debito e la sua cancellazione, non visto da un esperto del settore ma da un semplice studente. Vorrei cercare di far capire a tutti coloro che non hanno una preparazione specifica, a cosa porta il debito per quelle fragili economie che sono coinvolte e perché, a gran voce, ne chiediamo la cancellazione. Vorrei concentrarmi su un aspetto specifico, lasciando altre tematiche legate al debito a chi di dovere e soprattutto a chi ha più competenze di me; vorrei appunto focalizzare l’attenzione sugli aspetti macroeconomici del debito. A causa del debito, i processi di sviluppo nei PVS, sono quasi fermi. Dico quasi, poiché grazie all’aiuto delle ONG e delle organizzazioni internazionali, qualcosa si muove. Il grande problema è invece legato alla mancanza di un programma di sviluppo dei governi in via di sviluppo. Questo è da ricercarsi nella continua mancanza di risorse economiche, le poche risorse esistenti vengono impiegate per poter appunto ripagare il debito, o quantomeno cercar di ripagare questo. Che cosa accadrebbe se i governi non dovessero impegnare questi pochi soldi per ripagare questo, spesso ingiusto, debito? Le risorse liberate sarebbero pari a diverse centinaia di milioni di dollari in giro per tutto il mondo. Dollari che potrebbero, anzi, che dovrebbero essere usati per programmi di sviluppo. Sicuramente, facendo nostre le teorie economiche sostenute dal premio nobel Amartya Sen, sarebbe d’uopo investire in istruzione e sanità… che sono alla base dello sviluppo. In questo momento di crisi, a dire il vero abbastanza duratura e prolungata nel tempo, una delle prime voci che viene tagliata nei bilanci dei governi è quella legata alla cooperazione e allo sviluppo. L’UNDP, l’agenzia di sviluppo delle Nazioni Unite, in occasione della stesura degli Obiettivi del Millennio, stimò una quota di bilancio da destinare all’aiuto allo sviluppo pari allo 0,7% del PIL. Purtroppo tranne pochi e rari casi eccezionali questo viene disatteso. Attualmente, il mondo occidentale riserva agli aiuti verso i PVS circa lo 0,3% del proprio PIL. L’Italia, tra le democrazie occidentali, rappresenta il fanalino di coda con lo 0,1%. In questo momento, le somme di denaro ricevute dai PVS sono abbondantemente inferiori all’ interesse maturato ogni anno dal debito pendente su di loro. In pratica siamo ad un punto di non ritorno, la crisi del debito e soprattutto la crisi di sviluppo non si risolverà mai, almeno che non si riesca a cancellare il debito. L’abolizione di questo, ed il rimpiego dei fondi liberati da questa operazione, rappresentano l’unica via d’uscita dalle crisi di sviluppo nel sud del mondo. Le operazioni da compiere, come detto prima, devono riguardare la macroeconomia, ed interessare soprattutto opere legate alla sanità, all’istruzione ed ai pari diritti di genere tra uomo e donna. L’economista Amartya Sen, ci ha dimostrato che solo attraverso queste misure, si può mettere in moto la macchina democratica, alla base dello sviluppo economico e non solo. L’esempio chiaro che abbiamo in questo ambito, è quello della regione indiana del Kerala, regione nella quale a seguito di politiche volte ai campi prima evidenziati, si è avuto un incremento dello sviluppo, raggiungendo livelli quasi prossimi a quelli delle democrazie occidentali. Quali sono le azioni da compiere a questo punto? Appurato che la quota di aiuti allo sviluppo destinati ai paesi del sud del mondo è in continua decrescita, l’unica soluzione che ci rimane è cancellare il debito. La soluzione corretta sarebbe quella di cancellare quote del debito pari allo 0,7% del PIL di ogni Stato che non riesce a concedere questa quota di aiuti allo sviluppo. Operando in questo modo, è vero che non confluirebbe denaro nelle casse dei governi in via di sviluppo, ma allo stesso modo non ci sarebbero esborsi da parte di queste già provate economie verso i governi occidentali. Una proposta in tal senso è già stata portata avanti dal governo del Brasile, a capo di una delegazione dei paesi dell’America Latina, quali ad esempio Venezuela e Bolivia. Dopo la richiesta avanzata dal governo Lula, il quale sostiene che ogni anno per ripagare il debito precedente bisogna far ricorso ad un nuovo debito, la Banca Mondiale ha espresso un parere di non totale chiusura. Anzi questa istituzione, al contrario del Fondo Monetario, totalmente in disaccordo, si è detta aperta al dialogo, poiché le affermazioni del governo brasiliano sono fondate. Penso che questo sia l’atteggiamento giusto, un comportamento responsabile. Convincere i governi occidentali ad attuare politiche di cancellazione per poter liberare risorse, è un compito difficile, ma la comunità internazionale deve lottare affinché ciò accada. Durante la campagna del giubileo si optò per coinvolgere nel processo anche la chiesa cattolica, con un interessamento diretto di Sua Santità Giovanni Paolo II, che anche se in piccolo portò ad alcuni risultati di cancellazione. La sensazione che si ha, è che all’indomani della crisi economica da datarsi l’11 settembre del 2001, con l’attacco alle torri gemelle, i governi abbiano iniziato a recuperare fondi per uscire dalla crisi proprio applicando dei tagli agli aiuti allo sviluppo. Nel corso di questi ultimi anni, il dibattito si acceso sempre di più, risultando sempre più difficile trovare un accordo comune che risollevi le sorti dei PVS. Ad un’analisi attenta risulta che siamo ormai dinanzi ad un muro composto dal mondo occidentale, a parole disponibile ad aiutare le economie in via di sviluppo, in pratica distante ogni giorno di più dal fare qualcosa per queste ultime. Proprio per questo, spero che le parole usate ieri dal neo presidente degli Stati Uniti Barak Obama, portino ad un cambiamento. Ieri dinanzi a milioni di persone in tutto il mondo, ha invitato i governi occidentali a guardare oltre i propri confini di Stato, in modo tale da poter aiutare quelle economie svantaggiate. Con l’auspicio che tutto ciò possa accadere, non mi rimane altro che concludere così come avevo iniziato: Another World is Possible ! |
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