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Civil Society Index, un concetto complesso ma fondamentale |
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Martedì 03 Febbraio 2009 21:53 |
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Civil Society Index, un concetto complesso ma fondamentale di Carmine Tabarro -
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Il concetto di “società civile”, come vedremo, è estremamente complesso. Anche il tentativo, di determinare i tratti comuni può comportare dei risultati controversi, a seconda delle diverse sensibilità culturali. Un tentativo per superare questi problemi è stato condotta a partire dal 1997, quando una organizzazione non governativa internazionale, Civicus -World Alliance for Citizen Participation ha dato vita il New Civic Atlas, che raccoglie il profilo di società civile di 60 Paesi nel mondo. Nel 1998, i ricercatori valutano opportuno creare uno strumento di indagine che sappia leggere in maniera sinottica tra contesti socio-culturali differenti. Grazie al finanziamento del Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), dell’organizzazione olandese per la cooperazione allo sviluppo internazionale (NOVIB) e la Commonwealth Foundation , Civicus inizia a prendere corpo il Civil Society Index. L’obiettivo del Civil Society Index non è quello di creare una classifica di Paesi in relazione allo “stato di salute” della società civile locale, ma di realizzare uno strumento che consentisse a politici, amministratori, ong ecc., di far crescere il capitale civile e con esso la società civile, Civicus sceglie di mantenere attivi, molteplici indicatori in grado di cogliere i dati e la complessità della società civile, di coglierne luci ed ombre e di dare spazio alle peculiarità di ogni Paese. La prima elaborazione viene presentata nel 1999 e l’anno successivo inizia una sperimentazione in 13 Paesi (AAVV, Assessing and strengthening civil society worldwide. A Project Description of the CIVICUS Civil Society Index: A Participatory Needs Assessment & Action-Planning Tool for Civil Society, CIVICUS Civil Society Index Paper Series Vol. 2 - Issue 1, 2004). Dopo questa prima fase pilota, le valutazioni relative al Civil Society Index ed alla metodologia che Civicus sono state ritenute essenzialmente positive per i seguenti motivi (AAVV, Main findings & recommendations of evaluation of the pilot phase of the civicus index on civil society project, 2001 – cfr. www.civicus.org): 1. il CSI ha grosse potenzialità nel far crescere il capitale civile finalizzato al rafforzamento della società civile; 2. il CSI, in quanto strumento partecipativo, innesca un processo di mobilitazione degli stakeholders della società civile. Importanti anche gli aspetti critici evidenziati in fase di valutazione della prima sperimentazione: 1. il CSI è uno strumento creativo ed innovativo, ma deve saper semplificare l’estrema complessità del fenomeno che si deve studiare; 2. per quanto riguarda lo strumento, introdotto e diffuso come Indice, sarebbe più opportuno parlare di processo di valutazione, in modo da evidenziarne il carattere dinamico e multidimensionale; 3. il CSI, come metodologia, dovrebbe assumere una connotazione sempre più “diagnostica”, liberandosi da giudizi aprioristici sul carattere positivo della società civile. Sulla base di tali considerazioni il CSI viene modificato ed una seconda sperimentazione inizia nel 2003 in 65 Paesi. Il Csi nasce dalla convinzione che la conoscenza sia potere, che l’accesso all’informazione rappresenti una risorsa umana e sociale di cruciale importanza. Se tale considerazione ha valenza generale, nel caso della società civile la conoscenza è fondamentale al fine di impostare un’azione sociale che sia realmente efficace, coerente con le sfide poste dalla società attuale e in grado di produrre cambiamenti nelle politiche pubbliche. L’indice di società civile mette in relazione la teoria con iniziative pratiche, in un progetto di ricerca-azione promosso da e per le organizzazioni della società civile, finalizzato a promuovere il dialogo tra queste e gli stakeholders, ad individuare i punti di forza e di debolezza della società civile, a definire un’agenda delle attività. |
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Ultimo aggiornamento Domenica 08 Febbraio 2009 12:11 |
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Another World is Possible! |
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Sabato 24 Gennaio 2009 12:05 |
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Another World is Possible! di Raffaele Petricciuolo
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Dopo tante battaglie, eccoci nuovamente riuniti. Di acqua sotto ai ponti ne è passata tanta, ma quello per cui stiamo lottando da anni ancora non si è avverato. La comunità scientifica, il mondo accademico, il mondo cooperativistico, semplici studenti e semplici cittadini di tutto il mondo ormai da anni stanno alzando la voce per far si che il sogno si avveri… quel sogno che si chiama cancellazione del debito. Ormai un decennio è passato da quella battaglia chiamata la Campagna del Giubileo. In tanti avevamo creduto di poter ottenere qualcosa ed invece i nostri sforzi hanno portato a poco e niente. Ricordo l’anno del Giubileo, ero un giovane diciottenne, ancora uno studente liceale senza aver chiare le idee per il futuro… l’unica certezza che avevo era una: cercare di cambiare questo mondo. Insomma in quegli anni avevo fatto mio il motto Another World is possible! E come me molte persone. Una volta iscritto all’università, ho intrapreso un percorso accademico legato all’economia dello sviluppo, culminato nel febbraio del 2008 con la discussione della mia tesi. Il titolo di questa è stato: Gli impatti macroeconomici legati alla problematica del debito nei PVS. Proprio da questo mio lavoro vorrei partire. Ho trovato spunto per queste poche righe riguardanti il debito e la sua cancellazione, non visto da un esperto del settore ma da un semplice studente. Vorrei cercare di far capire a tutti coloro che non hanno una preparazione specifica, a cosa porta il debito per quelle fragili economie che sono coinvolte e perché, a gran voce, ne chiediamo la cancellazione. Vorrei concentrarmi su un aspetto specifico, lasciando altre tematiche legate al debito a chi di dovere e soprattutto a chi ha più competenze di me; vorrei appunto focalizzare l’attenzione sugli aspetti macroeconomici del debito. A causa del debito, i processi di sviluppo nei PVS, sono quasi fermi. Dico quasi, poiché grazie all’aiuto delle ONG e delle organizzazioni internazionali, qualcosa si muove. Il grande problema è invece legato alla mancanza di un programma di sviluppo dei governi in via di sviluppo. Questo è da ricercarsi nella continua mancanza di risorse economiche, le poche risorse esistenti vengono impiegate per poter appunto ripagare il debito, o quantomeno cercar di ripagare questo. Che cosa accadrebbe se i governi non dovessero impegnare questi pochi soldi per ripagare questo, spesso ingiusto, debito? Le risorse liberate sarebbero pari a diverse centinaia di milioni di dollari in giro per tutto il mondo. Dollari che potrebbero, anzi, che dovrebbero essere usati per programmi di sviluppo. Sicuramente, facendo nostre le teorie economiche sostenute dal premio nobel Amartya Sen, sarebbe d’uopo investire in istruzione e sanità… che sono alla base dello sviluppo. In questo momento di crisi, a dire il vero abbastanza duratura e prolungata nel tempo, una delle prime voci che viene tagliata nei bilanci dei governi è quella legata alla cooperazione e allo sviluppo. L’UNDP, l’agenzia di sviluppo delle Nazioni Unite, in occasione della stesura degli Obiettivi del Millennio, stimò una quota di bilancio da destinare all’aiuto allo sviluppo pari allo 0,7% del PIL. Purtroppo tranne pochi e rari casi eccezionali questo viene disatteso. Attualmente, il mondo occidentale riserva agli aiuti verso i PVS circa lo 0,3% del proprio PIL. L’Italia, tra le democrazie occidentali, rappresenta il fanalino di coda con lo 0,1%. In questo momento, le somme di denaro ricevute dai PVS sono abbondantemente inferiori all’ interesse maturato ogni anno dal debito pendente su di loro. In pratica siamo ad un punto di non ritorno, la crisi del debito e soprattutto la crisi di sviluppo non si risolverà mai, almeno che non si riesca a cancellare il debito. L’abolizione di questo, ed il rimpiego dei fondi liberati da questa operazione, rappresentano l’unica via d’uscita dalle crisi di sviluppo nel sud del mondo. Le operazioni da compiere, come detto prima, devono riguardare la macroeconomia, ed interessare soprattutto opere legate alla sanità, all’istruzione ed ai pari diritti di genere tra uomo e donna. L’economista Amartya Sen, ci ha dimostrato che solo attraverso queste misure, si può mettere in moto la macchina democratica, alla base dello sviluppo economico e non solo. L’esempio chiaro che abbiamo in questo ambito, è quello della regione indiana del Kerala, regione nella quale a seguito di politiche volte ai campi prima evidenziati, si è avuto un incremento dello sviluppo, raggiungendo livelli quasi prossimi a quelli delle democrazie occidentali. Quali sono le azioni da compiere a questo punto? Appurato che la quota di aiuti allo sviluppo destinati ai paesi del sud del mondo è in continua decrescita, l’unica soluzione che ci rimane è cancellare il debito. La soluzione corretta sarebbe quella di cancellare quote del debito pari allo 0,7% del PIL di ogni Stato che non riesce a concedere questa quota di aiuti allo sviluppo. Operando in questo modo, è vero che non confluirebbe denaro nelle casse dei governi in via di sviluppo, ma allo stesso modo non ci sarebbero esborsi da parte di queste già provate economie verso i governi occidentali. Una proposta in tal senso è già stata portata avanti dal governo del Brasile, a capo di una delegazione dei paesi dell’America Latina, quali ad esempio Venezuela e Bolivia. Dopo la richiesta avanzata dal governo Lula, il quale sostiene che ogni anno per ripagare il debito precedente bisogna far ricorso ad un nuovo debito, la Banca Mondiale ha espresso un parere di non totale chiusura. Anzi questa istituzione, al contrario del Fondo Monetario, totalmente in disaccordo, si è detta aperta al dialogo, poiché le affermazioni del governo brasiliano sono fondate. Penso che questo sia l’atteggiamento giusto, un comportamento responsabile. Convincere i governi occidentali ad attuare politiche di cancellazione per poter liberare risorse, è un compito difficile, ma la comunità internazionale deve lottare affinché ciò accada. Durante la campagna del giubileo si optò per coinvolgere nel processo anche la chiesa cattolica, con un interessamento diretto di Sua Santità Giovanni Paolo II, che anche se in piccolo portò ad alcuni risultati di cancellazione. La sensazione che si ha, è che all’indomani della crisi economica da datarsi l’11 settembre del 2001, con l’attacco alle torri gemelle, i governi abbiano iniziato a recuperare fondi per uscire dalla crisi proprio applicando dei tagli agli aiuti allo sviluppo. Nel corso di questi ultimi anni, il dibattito si acceso sempre di più, risultando sempre più difficile trovare un accordo comune che risollevi le sorti dei PVS. Ad un’analisi attenta risulta che siamo ormai dinanzi ad un muro composto dal mondo occidentale, a parole disponibile ad aiutare le economie in via di sviluppo, in pratica distante ogni giorno di più dal fare qualcosa per queste ultime. Proprio per questo, spero che le parole usate ieri dal neo presidente degli Stati Uniti Barak Obama, portino ad un cambiamento. Ieri dinanzi a milioni di persone in tutto il mondo, ha invitato i governi occidentali a guardare oltre i propri confini di Stato, in modo tale da poter aiutare quelle economie svantaggiate. Con l’auspicio che tutto ciò possa accadere, non mi rimane altro che concludere così come avevo iniziato: Another World is Possible ! |
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Ultimo aggiornamento Sabato 24 Gennaio 2009 12:08 |
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Come le banche possono sviluppare una proficua relazione con i migranti |
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How banks can develop a rewarding relationship with immigrants
di Anna Omarini Università L. Bocconi - Milano Dipartimento Finanza Professore SDA Boccconi School of Management (tratto da EFMA Magazine, Issue 201, May/June, 2006)
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