Dal nostro inviato speciale: Missih

Le ricette sono tratte dal libro ''L'integrazione attraverso i fornelli'' scritto dall’Associazione di Volontariato Migranti e Banche che può essere richiesto a
migrantiebanche@yahoo.it.
Per il periodo del mondiale super offerta: a soli € 15,00 due libri: ''Missih.Un alieno sulla Terra alla scoperta della finanza inclusiva'' e ''L'integrazione attraverso i fornelli''.



Brasil 2014, è tempo di bilanci
dalla redazione - Roma, 21 luglio 2014

Si è da poco concluso il campionato del mondo di calcio ed è tempo di bilanci, di analisi e di revisioni varie. Così è stata stilata la nuova FIFA/Coca-Cola World Ranking, la classifica ufficiale della FIFA (che per ovvie ragioni legate a profumate sponsorizzazioni contempla anche il nome Coca-Cola) che, com’era prevedibile, ha modificato massicciamente gli asset esistenti.
In vetta alla FIFA/Coca-Cola World Ranking, per la prima volta in vent’anni, si posiziona la Germania campione del mondo con 1.724 punti. Alle sue spalle si colloca l’altra finalista del Maracanà, l’Argentina, con 1.606 punti. Al terzo posto, con un grande balzo che le ha consentito di scavalcare 12 posizioni, si piazza l’Olanda con 1.496 punti.
Tutte le squadre approdate ai quarti hanno migliorato la propria classifica, così la Colombia è quarta e guadagna quattro posizioni, il Belgio ne scala sei ed è quinto e la Francia passa dal gradino numero diciassette a quello numero dieci.
Record assoluto è quello stabilito dalla Costarica che ha risalito ben dodici posizioni e si è attestata al sedicesimo posto che costituisce il miglior piazzamento di tutti i tempi per i Ticos.
Affermazione negativa per la penisola Iberica: la Spagna, campione uscente, passa dal primo all’ottavo posto mentre il Portogallo dal quarto all’undicesimo.
E gli Azzurri? L’Italia è scivolata dal quattordicesimo al diciannovesimo posto, perdendo così cinque posizioni. Consoliamoci, poteva andare peggio! Infatti immediatamente dopo Sudafrica 2010, anche allora con l’eliminazione al primo turno, la nazionale italiana si collocò all’undicesimo gradino per poi precipitare, nel giro di pochi mesi, al sedicesimo.
L’Italia tuttavia un mondiale, nel contesto di Fifa World Cup 2014, lo ha vinto: quello dei resort. I novanta membri della delegazione azzurra, la più numerosa tra quelle presenti a Brasi 2014, alloggiavano ad un blindatissimo Portobello Resort dove il costo della camera singola era di appena trecento euro a notte. Se la nazionale fosse arrivata fino in fondo, il soggiorno di un intero mese sarebbe costato qualcosa come 806 mila euro.
La FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio) ha stanziato per la spedizione azzurra in Brasile 9,5 milioni di  dollari con la previsione di chiudere con un attivo di due-tre milioni grazie agli sponsor e ai contributi della FIFA.
E le altre nazionali quanto hanno speso? L’Inghilterra era alloggiata in un albergo sui 150 euro a notte, ma il campo per gli allenamenti, contrariamente agli azzurri, aveva un costo a parte. Gli olandesi che erano solamente in tutto una cinquantina, si sono trattati meglio, anche se non come gli azzurri. I calciatori francesi sono stati investiti pienamente dalla spendine review aggressiva attuata dalla loro federazione e sono finiti in un albergo da 90 euro a notte, lontano da tutto e tutti. La Germania ha fatto una cosa diversa: ha comprato un resort appena costruito su una spiaggia dello stato di Bahia e sembra che così facendo abbia fatto un ottimo investimento. Sobrie anche le scelte della Spagna che ha alloggiato nel ritiro dell’Atletico Paranaense, e dell’Argentina che ha utilizzato la sede dell’Atletico Mineiro.
Insomma, anche se è durato poco, gli azzurri a Brasil 2014 non si sono fatti mancare niente, nemmeno il cibo rigorosamente italiano che è stato fatto arrivare accuratamente riposto in sei container.


Germania campione del mondo
dalla redazione - Roma, 14 luglio 2014

Missih, l’autore del libro sulla finanza inclusiva, e nostro inviato a Brasil 2014 ha finito il proprio lavoro e quindi, a breve, tornerà nel proprio pianeta di origine. Ha già pronto il biglietto e quello che vi proponiamo di seguito è il suo articolo sulla Germania campione del mondo. Buona lettura.
mondialiTre donne, tre Paesi, tre storie diverse. La finale di ieri al Maracanà di Rio de Janeiro tra Germania ed Argentina è stata anche questo.
La cancelliera tedesca Angela Merkel (c’era anche il presidente Gauck) ha esultato e abbracciato i giocatori che hanno regalato alla Germania il titolo di campione del mondo. A consegnare al capitano tedesco Lahm la Fifa World Cup Trophy, la coppa opera dello scultore italiano Silvio Gazzaniga, è stata Dilma Rousseff, la presidente del Brasile anche ieri contestata ogni volta che la sua immagine appariva sui maxi schermi dello stadio. Non c’era invece la presidente dell’Argentina Cristina Fernández de Kirchner che era rimasta a Buenos Aires per problemi di salute e, probabilmente, preoccupata più per la difficile situazione finanziaria del Paese che per l’Albiceleste.
Con questa salgono a quattro le vittorie mondiali tedesche, ma mentre le precedenti (1954, 1974, 1990) erano della Germania Ovest, quello di ora è il primo titolo senza divisioni politiche.
Ha vinto una squadra multietnica, multiculturale e patriottica, piena di campioni figli di migranti che cantavano l’inno nazionale tedesco a squarciagola. Così, al di la di quello sportivo, il ghanese Boateng, l’albanese Mustafi, il tunisino Khedira, i polacchi Klose e Podolski, hanno avuto il merito di dimostrare come può funzionare alla perfezione un insieme così variegato.
Sicuramente in questa Germania campione del mondo non c’è un fenomeno come Messi o Neymar ma c’è un  gruppo di uomini, prima che di calciatori, forti fisicamente e tecnicamente, pronti ad aiutarsi l’uno con l’altro.
La nazionale di calcio tedesca è lo specchio della Germania, uno Paese forte e con le idee chiare dove niente è lasciato al caso. Così la vittoria di Neuer (eletto miglior portiere di Brasil 2014) e compagni è frutto di un meticoloso lavoro durato dieci anni. Nel 2004, dopo il fallimento tedesco agli europei, è stata fatta un’importante programmazione, sostenuta da ingenti investimenti, per favorire il calcio nazionale ed i giovani calciatori. La vittoria di ieri è anche il frutto di questo lavoro.
E’ calato il sipario su Fifa World Cup 2014 anche se sotto l’ombrellone, in ufficio ed al bar se ne continuerà a parlare a oltranza. Il mondiale di calcio costituisce sotto l’aspetto mediatico una cassa di risonanza senza pari, per questo deve essere sfruttato al meglio per portare alla ribalta tematiche che vanno oltre l’aspetto puramente calcistico.
Papa Francesco, sicuramente una dei grandi delusi per l’esito della finale, insegna. Attraverso il proprio profilo Twitter ha scritto: “I mondiali hanno fatto incontrare persone di diverse nazioni e religioni. Possa lo sport favorire la cultura dell’incontro”.
Ecco, Brasil 2014 è stata un’occasione persa per accendere un riflettore su Israele e Palestina.



Pizzini mondiali: i Papelitos di Romero
dalla redazione - Roma, 11 luglio 2014

Missih si è incuriosito, e quando si incuriosisce sono dolori perché va fino in fondo (pensate al tema della finanza inclusiva!), della storia dei pizzini di Romero, il portiere eroe dell’Argentina. Ecco la sua ricerca sull’argomento.
353883_heroaFu Bernardo Provenzano, il boss di Cosa Nostra catturato nel 2006 dopo una latitanza ultradecennale, a rendere famosi i pizzini, ossia i bigliettini di carta con i quali, in barba alla tecnologia, venivano impartiti gli ordini ai mafiosi affiliati.
Fino ad allora il termine  pizzino era conosciuto soltanto in Sicilia, o quasi, dove la parola dialettale pizzinu è comunemente usato ad esempio per appuntare la lista della spesa o qualsiasi altra faccenda da sbrigare.
Negli ultimi anni il linguaggio giornalistico ha iniziato a fare largo uso di questo vocabolo abbinandolo a varie situazioni, in particolare agli appunti su carta scambiati dai politici durante le riunioni.
Insomma, il pizzino, una volta esclusivamente made in Sicilia (peccato che per la propria tutela non avesse acquisito il marchio D.O.C.), sta riscuotendo sempre più successo. Tuttavia, da qui a pensare che a Brasil 2014 avrebbe fatto capolino il pizzino mondiale, ce ne passa.
Ebbene, a quesi campionati del mondo di calcio, che ormai stanno volgendo verso l’epilogo, a parte il gioco della Selecao, non è mancato proprio niente, nemmeno i pizzini.
Sergio Romero, il portiere che con le sue prodezze ha neutralizzato i rigori olandesi regalando il passaggio dell'Argentina alla finale dei mondiali, tra un tiro e l’altro tirava fuori dalle mutande e leggeva un pizzino.
Cosa ci fosse scritto non è dato a sapere, tuttavia lo stesso portierone del Monaco ex Sampdoria, ha dichiarato che i suoi pizzini non riportavano i nomi degli avversari pronti a calciare il rigore ma erano “qualcosa di personale, qualcosa che mi fa molto bene e mi sta aiutando"
Sui social è comunque apparso il hashtag #ElPapelitoDeRomero, nel quale i tifosi scrivono ogni tipo di commento, soprattutto in chiave di divertimento visto l'esito dei rigori e le due parate del “gato” Romero.
La bravura di Romero nel parare i rigori è fuori discussione e forse le reminiscenze del suo trascorso olandese con la maglia dell’AZ Alkmaar, dal 2007 al 2011, hanno fatto il resto. Magari leggere una frase cara ed interiore che era scritta nei pizzini ha completato l’opera.
La spiegazione più razionale è pero quella che probabilmente Romero si era appuntato il modo di calciare i rigori degli Oranje sui papelitos per poi dare una rapida sbirciata e far sparire il corpo del reato. Proprio come si faceva a scuola durante i compiti in classe.
Certamente i pizzini dove era riportata l’annotazione sullo stile si Vlaar e Sneijder riportavano informazioni molto precise.
Per la cronaca i pizzini vennero sbirciati anche dal portiere tedesco Jens Lehmann ai mondiali del 2006 durante Argentina-Germania. Allora vinsero i tedeschi, domenica chissà?


Missih, i papi e la finale 
dalla redazione - Roma, 10 luglio 2014

Ecco l’articolo di Missih, quello della finanza inclusiva, scritto in vista della finale del campionato del mondo di domenica.
A Castel Gandolfo oppure in Vaticano? O magari in territorio neutro, per esempio ad Anagni, la Citta dei Papi, che è ad un tiro di scoppio da Roma.
ratzinger-bergoglio-308615Chissà dove guarderanno domenica sera la finalissima di Brasil 2014 tra Argentina e Germania i nostri Papi, Francesco argentino e l’emerito Benedetto XVI, tedesco doc.
La passione per il calcio è stata più volte dichiarata da Papa Francesco, tifosissimo del San Lorenzo de Almagro, la formazione del quartiere Boedo di Buenos Aires, mentre non è stata mai palesata dal Papa emerito Benedetto XVI che tuttavia, trattandosi di una finale mondiale nella quale è impegnata la Germania, non potrà esimersi dal tifare i suoi connazionali.
Per ora Francesco e Benedetto sono andati sempre d’accordo, le immagini proposte dai media li ritraggono insieme sorridenti ed abbracciati, ma domenica sera cosa succederà?
E se un rigore dubbio assegnato ad una delle due squadre o un brutto fallo su Messi o su Klose dovesse incrinare questo bucolico rapporto?
E la famosa “mano di Dio” con la quale Diego Armando Maradona segnò il goal all’Inghilterra nei quarti di finale del mondiale del 1986, poi vinto dall’Argentina nella finale di Città del Messico proprio contro la Germania, sarà auspicata dai due Papi a favore delle rispettive compagini?
E le guardie svizzere, alle quali Papa Francesco aveva dichiarato guerra nelle ore precedenti alla sfida tra Argentina e Svizzera degli ottavi vinta dai sudamericani, saranno tutte dalla parte tedesca, ovvero di Benedetto XVI per rivendicarsi?
Ed i quasi duecento cardinali come si schiereranno? Quali saranno gli intrighi e le logiche che andranno a determinare quale squadra tifare? Per esempio, dei 29 cardinali dell’America Latina, sicuramente i nove Brasiliani faranno il tifo per il Papa emerito, cioè per la Germania, ma gli altri?
Tutto tace, invece, sul sito della Santa Sede anche se fonti autorevoli affermano che la bandiera della vincente sarà issata accanto a quella pontificia.
In queste ore Twitter sta letteralmente impazzendo sulla finale dei Papi ed anche gli altri social non sono da meno; fotomontaggi e battute stanno intasando la rete.
Quante cose ruotano attorno a questo match che, tra l’altro, costituisce la finale mondiale più giocata nella storia. Sono tre, con questa, le volte che Argentina e Germania si sono contese il titolo (1986 – 1990 – 2014) ma negli incontri precedenti di Papa ce n’era uno solo.




Argentina - Olanda per non dimenticare i desaparecidos
dalla redazione - Roma, 08 luglio 2014
 
Missih, questa volta, ci racconta una storia molto personale. Eccola nella sua versione integrale.
mascotte_argentina_1978Nel giugno del 1978 avevo 14 anni e mezzo, frequentavo la IV ginnasio ed essendo stato rimandato in latino, su decisione del mio povero babbo, avevo già iniziato le ripetizioni del caso, che facevo conciliare, negli orari, con i miei soliti lavoretti estivi.
Mi muovevo su e giù per il mio paesello con un già vecchiotto cinquantino, un particolarissimo Corsarino Zeta Zeta della Moto Morini a quattro tempi.
Dopo cena, con gli amici, preferibilmente sul prato attorno alla Chiesa più bella del paese, mettevamo in scena il nostro modo di vivere e di interpretare Argentina 78, il mondiale di calcio che si stava consumando in quei giorni.
L’esercizio che puntualmente tutte le sere andava in onda era questo: ripetere le azioni da goals delle partite in maniera identica, con tanto di telecronaca, sia in tempo reale che al rallentatore.
Non era proprio così banale ripetere le gesta atletiche dei campioni dell’epoca, ve lo assicuro! Io ero bravo nell’imitare, si fa per dire, il polacco Grzegorz Lato a segno in quel torneo contro la Tunisia e uomo assist in altri match. Mi ricordo che in camera avevo affisso anche il poster di Lato in un’immagine che lo ritraeva insieme al portiere Jan Tomaszews ky (quello capellone).
Così, con la spensieratezza che accompagna l’estate paesana di un poco più che quattordicenne immerso nelle solite fatiche quotidiane del lavoretto estivo, preso a risolvere l’amletico dubbio inerente il carburatore del 14 o del 18 e,  come se non bastasse, alle prese con Tito Livio e compagnia, ci si stava avviando verso la finalissima del campionato del mondo tra Argentina e Olanda.
Con gli amici non parlavamo d’altro. C’era tra noi chi inneggiava ai gemelli van de Kerkhof, chi a Passarella, Bertoni e soprattutto ai goals di Mario Kempes (capocannoniere del torneo). Si discuteva su tutto, dal colore delle maglie al look dei calciatori. Io ero un fan di Alberto Tarantini, nato calcisticamente nel Boca Juniors, soprannominato Conejo (coniglio) per i denti sporgenti, con orecchino e capelli afro.
Sapevamo tutto, calcisticamente parlando di Olanda e Argentina, quello che ignoravamo era però il fatto che in Argentina vigeva una dittatura militare, instauratasi con il colpo di stato del 24 marzo 1976, che aveva destituito il governo di Maria Estela Martinez de Peron.
Furono quelli, anni tristissimi per il popolo argentino, il presidente dittatore era Jeorge Rafael Videla che si macchiò di crimini contro l’umanità e del genocidio dei desaparecidos (circa 30 mila persone scomparse).
La domanda che mi pongo adesso e che non mi sono mai posto prima è questa: perché allora non venne fermato il mondiale di calcio come segno di protesta verso il regime dittatoriale al potere in Argentina? Anche allora, come ora, gli interessi economici prevalevano su quelli etici e morali. Oggi però c’è un’occasione per riscattarsi, seppur per una parte microscopica. La semifinale che andrà in scena mercoledì a San paolo che vede contrapposte come trentasei anni fa l’Oranje e l’Albicesleste deve costituire l’occasione per ricordare il dramma dei desaparecidos. Sicuramente non ci sarà il minuto di raccoglimento ad inizio partita ma ciascuno di noi, dalla poltrona di casa davanti alla tv, potrà dedicare un piccolo pensiero a quell’orrenda pagina di storia.
Per la cronaca, nel 1978, l’Argentina vinse per 3 a 1 e si laureò campione del mondo.


Costa Rica, calcio e violenze domestiche
dalla redazione - Roma, 07 luglio 2014
 
Come tutti, Missih (quello del libro sulla finanza inclusiva) è rimasto colpito dal brillante campionato disputato dalla Costa Rica che è stata la vera sorpresa del Fifa World Cup 2014.
SolisNel suo servizio, Missih ha evidenziato come la Costa Rica sia rimasta imbattuta per quattro giornate di fila e, dopo aver concluso al primo posto, con sette punti, il girone D (quello dell’Italia, sigh!) abbia battuto la Grecia negli ottavi per poi venire eliminata ai calci di rigore dall’Olanda ai quarti. Missih ha proseguito il suo pezzo così.
Per i Ticos, si è trattato del miglior piazzamento di sempre in un mondiale di calcio, il precedente record fu conquistato a “Italia 90”, il loro primo mondiale, quando la formazione centroamericana si arrese agli ottavi.
La Costa Rica si è dimostrata una formazione cinica e tosta, saggiamente disposta in campo dal CT Jorge Luis Pinto, un colombiano carismatico, che ha ammesso più volte di aver studiato l’arte di Lippi e Sacchi.
La febbre del mondiale, in Costa Rica, è salita vertiginosamente tra la popolazione (4,8 milioni di abitanti – 51mila kmq di superficie) ed è anche uscito un film dal titolo “Italia 90” che ripercorre l’avventura della Sele (così è chiamata la nazionale della Costa Rica) al torneo disputatosi in Italia. I successi della squadra sono stati salutati ovunque con manifestazioni di giubilo alle quali hanno partecipato migliaia di persone, compreso il presidente della repubblica Luis Guillermo Solís Rivera che ha preso parte attivamente ai festeggiamenti, come appare dalle molte immagini presenti sulla rete che lo ritraggono esultante, con tanto di bandiera e maglietta.
Tuttavia l’ansia e la tensione accumulata tra i tifosi costaricensi per le sorti della propria rappresentativa ha trovato sfogo in qualcosa di veramente squallido: la violenza domestica.
Le autorità governative della Costa Rica hanno infatti annunciato, nei giorni scorsi, l’ondata di denunce per episodi di violenza domestica consumati durante le partite della squadra nazionale.
Ma c’è dell’altro. Più la posta in palio è importante, più le violenze domestiche aumentano: i successi sportivi della squadra sono diventati un dramma in molte famiglie.
Il problema è stato evidenziato dalla ministra della condizione della donna Alejandra Mora che, tra l’altro, ha invitato le donne a tirare fuori il “cartellino rosso”, denunciando qualsiasi forma di violenza domestica.
Secondo i dati ufficiali le violenze coniugali sono aumentati del 200 per cento da quando la Costa Rica gioca le partite del mondiale e come ha ribadito la ministra Mora “qui stiamo trasformando una festa nazionale in una vergogna familiare”.
La Costa Rica è un paese che risulta simpatico e sono molti i fattori che lo fanno rendere tale. E’ un attivo centro finanziario, non per niente è chiamato la Svizzera dell’America Centrale. Dopo la guerra civile del 1948 ha abrogato l’esercito adottando il famoso slogan “preferiamo avere maestri che soldati”. Si stima che i turisti di alta qualità che annualmente trascorrono le proprie vacanze nel Paese siano circa 2 milioni. Nel 2012 sarà il primo Paese al mondo a impatto zero sull’emissione di carbonio. E potremmo continuare ancora l’elenco.
Ma se il lusinghiero risultato calcistico ottenuto in questo mondiale è stato la causa dell’aumentare delle violenze domestiche, peccato che l’avventura brasiliana dei Ticos non sia finita prima. Il rammarico per l’eliminazione dell’Italia ad opera della Costa Rica fa ancora più male.


Brasile vs Colombia: derby della povertà 
dalla redazione - Roma, 06 luglio 2014
 
Missih (finanza inclusiva, Edizioni Ecra) ha commentato la partita dei quarti tra Brasile e Colombia parlando anche di un terzo tempo, ovvero della povertà presente in entrambi questi Paesi. Ecco il suo articolo.
CuadradoVenerdì scorso si è disputata l’attesissima sfida, tutta sudamericana, tra Brasile e Colombia. Ha vinto il Brasile per due a uno, qualificandosi così per la semifinale, dove incontrerà la Germania (vincitrice sulla Francia).
Da una parte i padroni di casa, con un parco giocatori del valore complessivo di 467,5 milioni di euro e dall’altra los Cafeteros, la formazione che a detta di molti ha fatto vedere il miglior calcio del mondiale.
Molti gli “italiani” in campo, soprattutto lato Colombia, tra tutti il viola Cuadrado che con la sua velocità e tecnica è capace di mettere in crisi qualsiasi difesa avversaria.
Calcisticamente parlando nonostante i presupposti, la partita non è stata particolarmente avvincente, la Colombia è apparsa sotto tono rispetto alle prestazioni precedenti ed il grave infortunio a Neymar a condizionato un po’ tutti..
Ma questo derby sudamericano, al di la dell’evento sportivo, offre lo spunto per parlare del disagio in cui versa gran parte della popolazione dei due Paesi. La povertà è in fatti una piaga che accomuna sia il Brasile che la Colombia e, purtroppo, con numeri da capogiro.
In Brasile, Paese facente parte del facoltoso ed inclusivo club dei BRICs, più di un quarto della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno e il 13% vive con meno di 1 dollaro al giorno. In totale questo esercito di poveri conta 40 milioni di persone e tra queste vi sono almeno 8 milioni di bambini che vivono per strada.
La situazione non è delle migliori in Colombia, dove circa il 32,2% della popolazione totale del Paese vive in condizioni di povertà estrema. Dai dati raccolti dal mese di luglio 2012 e giugno 2013 dal Dipartimento Amministrativo Nazionale di Statistica (DANE) è emerso infatti che, su 47 milioni di abitanti, 14 milioni e 600 mila sono poveri e tra questi oltre 4 milioni vivono in condizioni di povertà estrema, ossia il 10,1 % del totale nazionale.
In un campionato del mondo di calcio è giusto e sacrosanto parlare di dribbling, di goals, di formazioni, di giocatori e di tutte le varie componenti che gravitano intorno al rettangolo di gioco ma è dovere di tutti documentarsi e prendere atto di certe situazioni di disagio che coinvolgono la popolazione di molti Paesi e delle quali si parla e si conosce poco e niente.
Sapere che il calciatore più rappresentativo della Selecao, ovvero Neymar, il goleador del Barcellona, il cui valore di mercato si aggira intorno ai 60 milioni di euro (centesimo più, centesimo meno!), ha messo a segno qualcosa come quattro goals è certamente utile, ma perlomeno altrettanto utile è apprendere che nelle favelas di Rio o nelle periferie di Bogotà vi sono ancora troppi bambini che hanno diritto ad una vita migliore.
Fifa World Cup 2014 deve accendere i riflettori anche su tutto questo.
 

Il Belgio multietnico sconfitto dall'italiana Argentina
dalla redazione - Roma, 05 luglio 2014

Missih, quello del libro sulla finanza inclusiva (Edizioni Ecra), è stato per noi al “Manè Garrincha” di Brasilia, il lussuoso stadio dove è andata in scena la sfida dei quarti di finale di Brasile 2014 tra Argentina e Belgio.
FellainiIl suo servizio inizia con un’esclamazione: “Gente, guardate come cambia velocemente il mondo!”. Il riferimento era qusto: ai Mondiali del Messico del 1986 la nazionale belga era formata da calciatori fiamminghi e valloni, con unica eccezione Vincenzo Scifo, l’allora forte centrocampista dell’Anderlecht (poi anche Inter), che era figlio di siciliani.
Ventotto anni dopo, cioè oggi, la rappresentativa belga che ha affrontato l’Argentina nel match valido per l’accesso alle semifinali di Brasil 2014, è l’espressione tangibile della società infraculturale e multietnica che stiamo vivendo a livello globale.
E a giudicare dal risultato sportivo sin qui conseguito, l’integrazione o meglio la contaminazione presente nell’undici di Bruxelles ha funzionato, e come!
Il Belgio ha infatti chiuso al primo posto ed a punteggio pieno il girone H della fase finale, eliminando poi agli ottavi gli Stati Uniti (2 a 1 d.t.s.). Purtroppo pei i belgi in semifinale è andata l’Argentina e quindi non è stato rivendicato quel due a zero che l’Albiceleste rifilò proprio nella semifinale dei Mondiali del Messico del 1986, con una doppietta di Maradona, ai Diavoli Rossi.
L’undici allenato dall’ex senatore Marc Wilmots (da calciatore 70 presenze con la nazionale belga e 28 goals) ha potuto contare certamente contare anche del tifo degli africani.
L’attaccante del Chelsea Romelu Lukaku, 21 anni, a segno nella partita contro gli Stati Uniti, è nato ad Anversa da genitori congolesi e suo padre Roger fu nazionale dello Zaire.
Il centrocampista del Tottenham Moussa Dembelé, 26 anni, è nato da padre originario del Mali e da mamma fiamminga.
Figlio di marocchini è invece Marcouane Fellaini, 26 anni, che ricopre il ruolo di centrocampista anche nel Manchester United.
Di origine keniana è Divock Origi, 19 anni, attaccante rivelazione del Lille, figlio d’arte e anche lui già a segno al mondiale avendo con un suo goal piegato la Russia.
Al belga-congolese Vincent Kompany, classe 1986, in forza al Manchester City è stato assegnato il compito di fermare il fuoriclasse argentino Lionel Messi.
Insomma una squadra speciale che fa dell’altruismo e della compattezza, oltre ad una discreta tecnica, la propria forza. Proprio come dovrebbe essere la società multietnica dei nostri giorni.
Per la cronaca l’Argentina (italiana) ha vinto per uno a zero, con un goal all’ottavo del primo tempo del napoletano Higuain, migliore in campo dei suoi.



Le Volpi del deserto per i bambini di Gaza
dalla redazione - Roma, 04 luglio 2014

Missih, il grande, unico, autentico giornalista e scrittore proveniente da un pianeta lontano migliori di anni luce dalla Terra e giunto in Brasile per seguire il mondiale di calcio, è rimasto entusiasta della squadra algerina.
Non tanto dal lato calcistico, nemmeno per il curioso fatto che sia stata dispensata dal seguire le regole del Ramadan per i giorni in cui sarà impegnata al mondiale, ma per quello che ha fatto nei confronti dei bambini di gaza.
Ma andiamo per ordine. Non vi è dubbio che la nazionale dell’Algeria sia uscita a testa alta dal mondiale di calcio. La compagina africana, dopo essere approdata agli ottavi di finale, è stata infatti sconfitta ed eliminata soltanto nei tempi supplementari dalla Germania che si imposta per due a uno dopo che i tempi regolamentari si erano conclusi a reti inviolate.
Tuttavia l’Algeria si è certamente laureata campione di solidarietà. Stando a quanto scrive nella propria pagina Facebook il talentuoso calciatore algerino Islam Slimani, attaccante dello Sporting Lisbona, che con i suoi goals a permesso alle Volpi del deserto di arrivare agli ottavi, la nazionale algerina ha deciso di donare ai bambini di Gaza i nove milioni di dollari guadagnati per Brazil 2014.
Essenziale, semplice ed immediata la frase che compare sulla pagina Facebook del calciatore: “loro hanno più bisogno di noi di questi soldi”.
Così, mentre l’aviazione israeliana sta bombardando Gaza come conseguenza dell'omicidio dei tre giovani seminaristi, la bella notizia del gesto delle Volpi del deserto sta facendo il giro del mondo, raccogliendo ovunque il plauso di tutti.
Anche la testata israeliana Haaretz ha dato risalto al gesto con un articolo sul proprio web intitolato “Algeria's World Cup team to donate salary to people of Gaza”.
A livello di asset, tra le trentadue squadre partecipanti alla fase finale del mondiale, l’Algeria era collocata al ventisettesimo posto, con un valore complessivo del parco calciatori stimato intorno ai 57,2 milioni di euro. Il giocatore più rappresentativo è Sofiane Feghouli, centrocampista del Valencia, il cui valore di mercato si aggira sui 12 milioni di euro, e che potrebbe il prossimo anno vestire la maglia del Milan.
Con molte probabilità, dopo la brillante prestazione avuta al mondiale, il valore economico dei giocatori algerini si sarà notevolmente accresciuto, ma la decisione presa in favore dei bambini di Gaza regalerà alle Volpi del deserto una notorietà ed una simpatia unica, che va ben oltre i meriti espressi sul campo.



Papa Francesco, Messi e le guardie svizzere
dalla redazione - 2 luglio 2014

Il famoso giornalista Missh, proprio quello dell’omonimo libro (Missih. Un alieno sulla Terra alla scoperta della finanza inclusiva), ha seguito per noi  all’Arena Corinthias di San Paolo la sfida tra Argentina e Svizzera penultimo ottavo di finale di Brazil 2014.
guardia-svizzera-pontificia1La vittoria è andata all'Albiceleste che si è imposta sugli elvetici per uno a zero grazie al goal messo a segno da Di Maria nei minuti finali del secondo tempo supplementare. Ora l’Argentina affronterà nei quarti il Belgio vittorioso agli ottavi sulla rappresentativa statunitense per due a uno.
A sostenere l’Argentina erano presenti allo stadio oltre trentamila supporter, mentre a distanza, Messi e compagni hanno potuto contare anche su un tifoso d’eccezione: Papa Francesco.
A dire la verità Papa Francesco aveva preso impegno con la presidente brasiliana Dilma Rousseff di rimanere neutrale, ma il match tra Argentina e Svizzera in Vaticano è una specie di derby, da una parte il Pontefice e dall’altra le sue guardie.
Papa Francesco, è noto, è un appassionato del pallone ed a Buenos Aires seguiva il San Lorenzo de Almagro e ritiene che il calcio possa essere utilizzato come strumento di dialogo e di fratellanza. Anche per questo a settembre, secondo quanto comunicato dal campione argentino ex capitano dell’Inter Javier Zanetti, si disputerà a Roma una partita voluta da Papa Francesco in cui i ventidue in campo saranno di tutte le religioni.
Tornando all’incontro appena disputato, secondo quanto aveva riferito nelle ore immediatamente precedenti all’0inizio della partita l'agenzia francese I. Media, Papa Francesco, scherzando con le guardie svizzere di stanza alla Domus Santa Marta, avrebbe detto "Sarà guerra!".
Il Papa, dopo questa battuta scherzosa scambiata con le guardie svizzere, è stato da loro invitato a seguire la partita sul maxischermo installato nella caserma all'interno del Vaticano, ma Francesco ha declinato l'invito affermando che "sfortunatamente" non gli era possibile.
Chissà se avrà cambiato idea per la gioia delle 110 guardie di stanza in Vaticano!




Missih e l'autogoal dell'Africa
dalla redazione - 30 giugno 2014

Missih, il protagonista dell’omonimo libro sulla finanza inclusiva edito da Ecra, prosegue la sua attività di inviato ai mondiali di calcio.
Questa volta ha annotato nel suo proverbiale taccuino alcune notizie altalenanti, aventi per oggetto i differenti atteggiamenti dei calciatori verso il dio denaro.
Particolare menzione merita quello che ha fatto la nazionale della Grecia, paese questo la cui delicata situazione socio-economica è nota a tutti. La rappresentativa ellenica, alla vigilia dell’importantissimo match con la Costa Rica (per la cronaca perso ai rigori) ha preso carta e penna ed ha scritto una lettera al primo ministro Antoni Samaras  per chiedere di destinare ad altro il premio maturato per la qualificazione alla seconda fase. Nella missiva si legge “Non vogliamo un premio extra, o qualsiasi tipo di denaro. Giochiamo per la Grecia e per il suo popolo. Tutto quello che vogliamo è il vostro appoggio per creare un centro d'allenamento che diventi la casa della nostra Nazionale".  Davvero una bella prova di attaccamento alla maglia e alla patria.
Esattamente all’opposto si colloca il comportamento avuto, sempre nei confronti del denaro, da altre compagini in particolare quelle africane.
La  rappresentativa del Ghana si è superata. Sembra infatti che i giocatori hanno preteso di ricevere i soldi (circa 100.000 euro a testa) di notte, in contanti e con viaggio di un jet privato del governo fatto arrivare appositamente in Brasile.
I giocatori nigeriani, invece, sono passati dalle minacce ai fatti. Così, incuranti dell’ondata di violenze che in patri i terroristi di Boko Haram stanno da tempo conducendo, hanno pensato bene di disertare un allenamento e di andare oltre qualora il premio qualificazione non fosse giunto loro cash e prima del loro rientro in patria.
Non si è fatta attendere, poi, la pretesa dei calciatori del Camerum, squadra peraltro su cui gravano dei sospetti di combine per la sonora sconfitta con la Croazia. I camerunensi erano già partiti per il Brasile con il piede di guerra minacciando di non scendere in campo in quanto ritenevano troppo bassi i premi e, forse, dimenticando la situazione di povertà in cui versa gran parte della popolazione del loro Paese.
E la nazionale italiana? Nessun segnale quindi tutti contenti (non sul versante prettamente calcistico, naturalmente). Del resto di cosa lamentarsi? Sembrerebbe che la prima ed unica fase alla quale gli azzurri hanno partecipato sia costata solo 5 milioni di euro!



Nigeria: un calcio al terrorismo
dalla redazione - Roma, 28 giugno 2014

Missih, l’inviato speciale al mondiale di calcio famoso per aver scritto il celeberrimo libro sulla finanza inclusiva dal titolo “Missih. Un alieno sulla Terra alla scoperta della finanza inclusiva” (casa editrice Ecra), ha dedicato un articolo alla Nigeria.
Donne_NigeriaTuttavia, pur esaltando i meriti sportivi delle Super Eagles, giunte per la quinta volta alla fase finale del mondiale e qualificatesi agli ottavi come seconde del girone F (incontreranno la Francia), Missih nel suo pezzo non si capacitava di una cosa. Ed esattamente era rimasto sorpreso nel vedere tanta indifferenza da parte della squadra africana nei confronti delle orrende vicende che da qualche tempo si stanno consumando in Nigeria ad opera degli estremisti islamici Boko Haram.
Dopo il rapimento delle 223 studentesse liceali di Chibok, nello stato di Borno, avvenuto ad aprile, nei giorni scorsi, alla vigilia dell’importante match con l’Argentina (finito con la vittoria del sudamericani per tre a due), si è consumato un altro rapimento di massa. Questa volta i terroristi anti occidentali Boko Haram hanno rapito una sessantina di ragazze ed una trentina di ragazzi sempre nel Nord.-Est del vasto Paese (923.768 kmq e 160.423.182 abitanti) nel villaggio di Kunnabza.
Tra un rapimento e l’altro, attentati, omicidi e violenze di ogni tipo sempre ad opera dei Boko Haram (ed anche dei pastori musulmani di etnia Fulani) verso chiunque avesse atteggiamenti filo occidentali come ad esempio guardare una partita del mondiale. In effetti la minaccia dei terroristi giunta ad inizio mondiale verso coloro che avrebbero guardato le partite aveva spinto le autorità nigeriane a vietare in molti locali la proiezione degli incontri onde evitare attentati e violenze.
Ora la perplessità grande di Missih è questa: la nazionale della Nigeria, grazie anche al carisma del ct Stepphen Keshi (che ha studiato in una scuola cattolica di Ebute Metta, un sobborgo di Lagos) dovrebbe essere un esempio da sfruttare in tutta la sua potenzialità  in quanto i ventitrè convocati sono un armonioso mix tra musulmani e cattolici, perfettamente funzionante. Allora perché non enfatizzare oltre misura questo importante aspetto?
Pensate all’attacco nigeriano composto dal tandem Emmanuel Emenike, classe 1987, in forza della squadra turca del Fenerbache, e Ahmed Musa, classe 1992, talento della CSKA Moscow. Una coppia di attaccanti invidiata da tutti, che a suon di goals ha portato la Nigeria alla conquista della Coppa d’Africa lo scorso anno ed al brillante mondiale che stiamo vivendo.
Ecco, mentre Emenike è cattolico, Musa è musulmano ma loro, come gli altri giocatori, convivono bene e, a giudicare dai risultati, collaborano per raggiungere un risultato comune, la vittoria della Nigeria.
Perché quindi non promuovere fino alla noia questa esperienza che segnerebbe un goal al terrorismo di ogni sorta?
Missih inizierebbe con l’emulare i giocatori della nazionale argentina quando nell’amichevole pre-mondiale contro la Slovenia scesero in campo con lo striscione “Las Malvinas son argentinas” e poi…farebbe molto altro!



Missih e Brazuca
Dalla redazione - 20 giugno 2014

Il reportage sui Mondiali di calcio del giornalista extraterrestre Missih, diventato famoso con il libro sulla finanza inclusiva edito da Ecra (Missih. Un alieno sulla Terra alla scoperta della finanza inclusiva) veniva arricchito di tanto in tanto da preziosi contribuiti che andavano oltre la mera cronaca calcistica degli incontri.
palloneCosì, dopo aver trattato dell’annosa questione dei costi del campionato, delle ricette che sono “scese in campo” insieme a Messico e Camerum e dopo aver scritto sulla nazionale del buen vivir, ossia dell’Ecuador, eccolo adesso affrontare il tema del Brazuca.
Come chi è Brazuca? E’ il pallone di Braziz 2014! E’ la sfera made in Adidas che quotidianamente sarà preso a calci e pugni (dai portieri) e rotolerà sui preziosi (nel vero senso della parola) tappeti verdi degli stadi brasiliani.
Un bel pallone, tecnicamente perfetto ed esteticamente attraente, acquistabile in internet per circa centotrenta euro, ma al limite con una quindicina di euro se ne può portare a casa la versione mini. Anche la tecnologia utilizzata per realizzarlo è delle migliori ed assai evoluta rispetto al vecchio Jabulani, il pallone dei mondiali del Sudafrica.
Insomma, una situazione idilliaca per il nostro pallone. Ma allora qual è il problema? Purtroppo il problema c’è ed è grave.
Brazuca è prodotto in Pakistan, esattamente a Sialkot dalla Forwared Sports con marchio Adidas. Lo stipendio delle 1.800 lavoranti (sono quasi tutte donne ) impiegate nella fabbricazione del Brazuca equivale a 74 euro al mese, poco più della metà di quanto costa al pubblico il pallone. A Missih (ma lui è extraterrestre) questo salario sembrava basso anche se era venuto a conoscenza che molte ONG avevano promosso le condizioni lavorative (ambiente e orari) delle operaie.
Missih si pose una domanda pratica: quanto tempo avrebbe impiegato una di queste donne per mettere da parte i soldi necessari per comprare un Brazuca al proprio figlio?
La domanda rimase e rimarrà senza rispsosta.



Missih nel ritiro della nazionale dell'Ecuador
Redazione - 16 giugno 2014

Missih, nel suo libro sulla finanza inclusiva (“Missih. Un alieno sulla Terra alla scoperta della finanza inclusiva” - pp. 104, Ecra, € 10,00, ISBN 978-88-6558-088-2) ha dedicato un intero capitolo al tema del buen vivir e delle finanzas populares in Ecuador.
Anche per questo, trovandosi in Brasile quale inviato televisivo per seguire i mondiali, ha deciso di fare un servizio sulla nazionale dell’Ecuador. Ecco la sintesi.
Per l’Ecuador, questo, è il terzo mondiale e come nelle precedente occasioni è stato un Ct colombiano a portarcelo. Così dopo “Bolillo” Gomez nel 2002 in Giappone-Corea, passando per Luis Fernando Suarez (attuale mister dell’Honduras) in Germania nel 2006, è ora la volta di Reinaldo Rueda.
La squadra è orfana del “Chucho” Christian Benitez, la talentuosa punta che con i suoi goal ha trascinato la Tricolor nella prima parte della fase di qualificazione prima che un infarto lo portasse via per sempre.
La squadra, tecnicamente ben dotata, punta sul pressing e sul ritmo elevato e sta esprimendo un buon calcio anche se la difesa non si è dimostrata del tutto impenetrabile.
La stella della squadra è Antonio Valencia, classe 1985, centrocampista di qualità che milita nel Manchester United, il cui valore di mercato si aggira intorno ai 16 milioni di euro.
 Complessivamente, Valencia incluso, la compagine ecuadoriana “vale” 62,8 milioni di euro ed in questa speciale classifica, tra le 32 squadre presenti al mondiale, è al venticinquesimo posto.
I calciatori della Tricolor oltre a giocare nel campionato nazionale (principalmente nell’Emelec), militano in club messicani, russi, arabi, tedeschi ed inglesi.
Qualche curiosità: l’Ecuador non ha mai pareggiato nella sua storia ai Mondiali. Nelle qualificazioni sudamericane peraltro la nazionale di Rueda è quella che ha tirato di più (201) e che ha effettuato più cross (396). Caicedo è stato il bomber con 7 gol in 9 gare e sarà affiancato da Enner Valencia.
La sorte ha riservato all’Ecuador il “gruppo E”, insieme a Francia, Honduras e Svizzera e proprio quest’ultima ha battuto nella gara d’esordio, in pieno recupero, la Tricolor per due a uno domenica 15 giugno.
Riguardo alla sconfitta, il CT Reinaldo Rueda, intervistato da Missih, ha dichiarato che la sua squadra “se jugará su destino en el Mundial frente a adversarios muy difíciles, como Francia y Honduras. Perdimos el orden en los últimos minutos, nos traicionó la emoción y no supimos cerrar el partido”.


Brazil 2014 tra i fornelli
Redazione, 15 giugno 2014 

Missih, il giornalista extraterrestre autore del famoso libro che lo vedeva impegnato sul pianeta “Terra alla scoperta della finanza inclusiva”, è in questi giorni l’inviato di una TV satellitare ai mondiali di calcio.
Nelle pagine di migrantiebanche.it abbiamo pubblicato nei giorni scorsi un articolo scritto da Missih nel quale il nostro giornalista si poneva, tra l’altro, molti dubbi sulla necessità da parte del governo brasiliano di spendere tanti soldi per ospitare il campionato, quando la gran parte della popolazione vive ancora in condizioni di precarietà e di povertà.
Lasciando da parte questo tema e non entrando nelle “complesso” mondo dei moduli, tattiche e scelte tecniche che ruotano intorno alle trentadue squadre partecipanti al torneo, Missih ha dato vita ad un servizio giornalistico insolito. Infatti ha trasformato le nazionali in ricette di piatti tipici del Paese che rappresentano ed ha architettato un campionato del mondo parallelo, suddiviso in gironi, nel quale il risultato del match è sancito dal voto attribuito da coloro che hanno visto o letto il servizio di Missih.
Messico-CamerunCosì  la partita MESSICO contro CAMERUM, che allo stadio “Das Dunas” di Natal lo scrorso 13 giugno è finita uno a zero per i messicani, nel campionato di ricette che vedeva contrapposte BURRITOS contro PIATTO DI NGON è finita in parità: due a due.
Per la cronaca queste le formazioni delle squadre.

Burritos
Tortiglie di grano
300 g. di fagioli neri fritti e schiacciati
400 g. di straccetti di carne alla piastra
4 pomodori di grandezza media
2 spicchi d’aglio
¼ di cipolla
3 peperoncini secchi
Coriandolo (a piacere)
Sale e olio q.b.

Schema di gioco (preparazione)
Per i fagioli: una volta cotti e salati i fagioli neri, far rosolare l’aglio schiacciato, una volta che l’aglio comincia a profumare aggiungere i fagioli con poco liquido, quando cominciano a bollire schiacciarli con uno schiacciapatate. 
Per la salsa: far bollire in una pentola i pomodori insieme ai peperoncini, una volta bolliti, togliere la buccia ai pomodori e mettere i pomodori pelati ancora caldi al frullatore, aggiungere i peperoncini, l’aglio, la cipolla ed un po’ di sale, frullare finché diventa una salsa morbida.
In una pentola calda aggiungere un po’ d’olio, la salsa e far andare per un po’, alla fine aggiungere il coriandolo e salare.
Per la carne: far andare gli straccetti di carne (bovina, suina, pollo, ecc.) in una padella con poco olio, salare e pepare a piacere.
Per i burritos: scaldare in una padella antiaderente le tortillas, tirarle fuori dalla padella, mettere un po’ di fagioli, la carne e la salsa a piacere. Arrotolare la tortilla e riportarla di nuovo alla padella antiaderente, girandola per scaldarla per bene, e servire.

Piatto di Ngòn (per quattro persone):
750 g di NGòN macinato liscio
250 g di cipolla 
2 cucchiai di olio extravergine d’oliva
100 g di zenzero
4 spicchi d’aglio
200 g passato di pomodoro
1 Kg di carne di manzo (spezzatino) o pollo o anche pesce affumicato
500 g di gamberetti
sale, pepe (a piacere)
basilico
origano

Schema di gioco (preparazione)
Mettere in una pentola mettere la carne e coprirla con la cipolla tagliata, il  basilico, l’origano, il prezzemolo, lo zenzero, l’aglio, il passato di pomodoro, sale ed acqua.
Quindi fare bollire per 20 minuti dopodichè unire i gamberetti e fare cuocere ancora per 7 minuti.
Aggiungere alla preparazione precedente il NGòN macinato. Mescolare fino ad ottenere un impasto piuttosto denso e poco scorrevole, ed aggiungere sale.
Mettere il preparato in piccole forme di alluminio con coperchio, collocarle in un pentolone, e versare acqua fino a raggiungere un quarto dell’altezza delle forme.
Coprire il pentolone, e cuocere a fuoco moderato per un’ora e mezzo.

La cronaca del match
I Burritos” sono  originari della zona di confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Ai tempi della rivoluzione messicana quando, nella zona Bella Vista, a Ciudad Juárez, nella Regione di Chihuahua, un signore di nome Juan Méndez aveva una bancarella dove vendeva cibo. Per non far raffreddare il cibo ebbe l’idea di fare tortillas di dimensioni molto grandi per poterle riempire per bene e arrotolarli. Ogni rotolo lo collocava dentro dei tovaglioli di stoffa per mantenere la giusta temperatura.
Il signor Méndez ebbe così tanto successo che decise di comprare un asino (burro) per trasportare il cibo e poter attraversare il fiume Bravo. Si sparse la voce ed iniziarono ad arrivare messicani e americani da tutte le parti chiedendo del “burrito”. Ed è così che nasce il nome di questo ormai tradizionale piatto messicano.
I primi burritos venivano fatti di carne di cervo e si narra che questo tipo di piatto veniva fatto dagli indigeni del nord prima dell’arrivo degli Spagnoli.
Gli indigeni portavano con se rotoli di machaca (carne di cervo sfilata e secca) nei lunghi viaggi.
I NGòN sono semi di una pianta tipica del golfo di Guinea. Questi semi ricordano quelli della zucca o del cetriolo. I semi sono essiccati e macinati fino ad ottenere un composto liscio. Il piatto si accompagna di solito con il bastone di manioca o il platano fritto.
Il NGòN macinato si vende nei mercati etnici specializzati nei prodotti del Golfo di Guinea (tipicamente Camerun, Gabone, Guinea Equatoriale, Nigeria…).
In Camerun, si chiama “pistache” ma non è il pistacchio conosciuto in Italia. Attenzione alla fase in cui si mescola il brodo (con tutto il suo contenuto) al NGòN macinato. Il risultato che si deve ottenere è quello di un impasto non “scorrevole”, quindi se c’è troppo brodo non utilizzarlo tutto, viceversa se troppo denso aggiungere un po’ d’acqua calda.

Queste ricette sono tratte dal libro “L’integrazione attraverso i fornelli” scritto dall’Associazione di Volontariato Migranti e Banche che può essere richiesto a migrantiebanche@yahoo.it.
Per il periodo del mondiale super offerta: a soli € 15,00 due libri: “Missih.Un alieno sulla Terra alla scoperta della finanza inclusiva e “L’integrazione attraverso i fornelli”.


Missih, un alieno a Brazil 2014
dalla Redazione - 12 giugno 2014

Missih è un extraterrestre, di professione giornalista, ed è l’inviato di una TV satellitare (nel vero senso della parola) a Brazil 2014, il campionato del mondo di calcio che tra qualche ora inizierà con il match Brasile-Croazia.
Il nostro giornalista non era mai stato in Brasile prima d’ora, tuttavia ha preparato la sua missione con attenzione, documentandosi accuratamente sulla Selecao, l’unica nazionale ad aver partecipato a tutte le edizioni del mondiale vincendone cinque, ed anche sulla situazione economica e sociale del Paese.
Nel suo viaggio verso il nostro pianeta, con destinazione finale Brasile, Missih ha immaginato lo scenario che avrebbe trovato al suo arrivo: una realtà che segna il tempo a ritmo di samba, colorata e profumata, dove il valore del meticciato è tangibile ed il calcio è vitale.
Tuttavia Missih, da arguto giornalista, sapeva anche che questo mondiale ha comportato per il Paese latino-americano proteste, morti ed un ingente esborso di denaro che, probabilmente, poteva essere destinato verso coloro, e sono tanti, che ne hanno effettivamente bisogno.
Così non è stato difficile per Missih constatare, appena messo piede a Rio de Janeiro, le enormi contraddizioni che caratterizzano il Paese, peraltro accentuate e messe alla ribalta mondiale da questo campionato fortemente voluto dai centri del potere carioca.
La ricchezza, in Brasile, è nelle mani di pochi, mentre la povertà è praticamente ovunque: l’80% della ricchezza è detenuto dal 10% della popolazione. Questa circostanza a Missih suona davvero strana, nel suo pianeta vi è un’equa distribuzione della ricchezza tra tutti gli abitanti.
Ma la cosa che sta suscitando particolare stizza in Missih è il chiaro e forte contrasto tra favelas e stadi maestosi, in primis il Maracanà, tempio del calcio per eccellenza, la cui ristrutturazione in chiave mondiale è costata circa 200 milioni di dollari (non proprio pochi!).
Missih ha tentato di capire quale fosse stato il costo complessivo di Brazil 2014. Le fonti  governative parlano di 13,5 miliardi di dollari ma altre fonti, peraltro autorevoli, stimano che a causa dei ritardi e di una generale inefficiente gestione, la spesa pubblica avrebbe oltrepassato i 66 miliardi di dollari. Cifre comunque da capogiro e ben distanti dai 3,5 miliardi di dollari spesi dal governo del Sudafrica per ospitare la precedente edizione dei mondiali.
Possibile che un Paese facente parte dei BRICs avesse delle contraddizioni così evidenti?” questa è la domanda che sta attanagliando quasi morbosamente Missih che, frastornato dal lungo viaggio e dalla presenza per le strade di ingenti forze dell’ordine in assetto antisommossa pronta ad intervenire per sedare qualsiasi tentativo di protesta, continua a non capacitarsi sul perché tutti quei soldi spesi non erano stati investiti per creare benessere anche a chi vive nelle favelas. 
Per ora, prima del fischio d’inizio, e con la speranza almeno di vedere qualche bella partita, la cosa che più è piaciuta a Missih di questo mondiale è stato il murale dello street artist brasiliano Paulo Ito che è divenuto il simbolo dell’anti mondiale. 



 
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